Ci stanno partite che nun te fanno saltà dal seggiolino dello stadio, ma te restano addosso. Non per lo spettacolo puro, ma per quello che raccontano. Roma-Stoccarda è stata proprio così: ‘na partita seria, matura, giocata co’ la testa prima ancora che co’ li piedi. 2-0. Senza fronzoli, senza regali. Con una Roma giovane, tosta e sorprendentemente sul pezzo.
Perché la notizia vera non è solo il risultato, ma chi l’ha portato a casa. Pisilli. Sì, proprio lui. Un figlio di Roma, romano e romanista. Uno che fino a poco fa vedevi più spesso in panchina e sempre più inserito nei discorsi da bar sport. E invece ieri sera se prende la scena, senza manco alzà la voce. Due inserimenti, due tempi giusti, due palloni messi dove er portiere può solo accompagnalli co’ lo sguardo. Non è solo questione di goal è questione de personalità. Perché pe’ buttalla dentro così, davanti a uno stadio pieno e contro ‘na squadra fisica come lo Stoccarda, ce vole er pelo sullo stomaco. E Pisilli, a quanto pare, ce l’ha.
E poi c’è ‘na cosa che me fa impazzì: tira le bombe. Tira come se tirava ‘na vorta.
Il primo tempo scorre via compatto. La Roma non fa la partita della vita, ma fa quella giusta. Linee strette, poche concessioni, difesa attenta. E qui si apre un capitolo bello grosso: dietro giocano ragazzi. Giovani veri. Gente che c’ha ancora “l’acne metaforica”, ma che in campo se comporta da adulto. Nessuna paura, nessuna frenesia. Anticipi puliti, marcature strette, comunicazione continua.
Sì, qualcosa la sbagliano, ma se non lo possono e devono sbagliare. Ma poi che problema c’è ? Abbiamo Svilar, che è tornato a indossà la maschera da supereroe, quindi er problema nun sussiste. Dove non arrivano loro con le chiusure, arriva lui con i guanti. Sembra quasi dire: no trip for cats, pe’ capisse.
Al 40’ inserimento perfetto di Pisilli, servito al bacio da Soulé: entra in area e tira ‘na sassata che abbatte Nübel. Punto.
La Roma resta concentrata e poi tutti a prende un tè caldo (quanto è romantica ‘sta frase).
Nel secondo tempo lo Stoccarda parte forte, ma la Roma, sotto sotto — almeno per me — cresce.
Al 60’ entrano Cristante e N’Dicka, escono Koné e Ziolkowski.
Al 72’ entrano Wesley e Dybala, escono Tsimikas e Pellegrini.
E ve lo dico subito: mi interessano solo i cambi della Roma. Le cose le racconto a modo mio, me pare ovvio.
Entra Paulo e, quando entra lui, t’aspetti sempre qualcosa. E pure ‘sto giro nun tradisce. Non perché corre de più, ma perché capisce quando accelerà. Prima a centrocampo fa un “trick” che provo spesso a fare quando gioco a FIFA e che probabilmente manda in psicoanalisi due giocatori dello Stoccarda. Ma è al 93’ che addomestica una palla e, mentre lo fa, già vede — con visione futuristica — quello che succederà. E lì Pisilli colpisce ancora. Inserimento da manuale, palla lavorata bene da Paulo, lui che attacca lo spazio come se lo facesse da dieci anni. 2-0 e partita indirizzata. Senza isterie, senza paura de buttà tutto all’aria.
E mentre lo stadio applaude, te rendi conto che ‘sta squadra sta mandando ‘n messaggio chiaro: qui se cresce insieme. I giovani davanti segnano, i giovani dietro reggono, quelli più esperti accompagnano. Nun ce stanno prime donne, nun ce stanno facce scure. Solo lavoro, fiducia e ‘na linea precisa data dall’allenatore.
Considerando che la conferenza pre-partita di Gasperini m’aveva un po’ scojonato — quando senza mezzi termini aveva dichiarato de pensà al campionato — e che io, come tanti, comunque avevo timbrato er cartellino, finisce che ce ritroviamo con un bel “2-0 e s’abbracciamo”.
E allora ce sta da dì sottovoce, senza fa’ casino:
“So’ proprio ‘na bella banda de bravi ragazzi.”
E se continuano così… nun lo dico manco.
Che già me conosco.
Phella